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Mulini, seghe e fucine ad acqua in Val di Sole

Il millenario lavoro dell'acqua

La storia della presenza di macchine ad acqua in Val di Sole parte da lontano. Se dobbiamo arrivare al XIII secolo per trovarne attestazione, possiamo pensare ad una loro esistenza anche in tempi precedenti: la più ampia diffusione della ruota idraulica si verificò infatti dopo il XII secolo, ma la sua invenzione e applicazione risale ad epoche molto più antiche. Già nel I secolo a.C. in Grecia esistevano mulini ad acqua, ma fu nel I secolo d.C. che un ingegnere romano, Vitruvio, ideò lo sfruttamento verticale dell’acqua, con uno straordinario guadagno nell’uso dell’energia idrica.                                         Solo alla fine del IV secolo, con la diminuzione degli schiavi, queste macchine iniziarono realmente a diffondersi. I secoli successivi alla caduta dell’impero romano portarono ad un grave arretramento delle conoscenze tecnologiche, tanto che si parla di un mulino ad acqua a Digione nel VI secolo, e di un altro in Boemia nel 718, mentre è ancora in Francia che essi sembrano diffondersi tra l’VIII e il IX secolo; dobbiamo tuttavia attendere la rinascita dell’anno Mille per trovare un generale progresso e diffusione anche di queste macchine. Il primo mulino noto in Trentino è del 1182, a Trento, nei pressi di San Bernardino.

Installare un mulino ad acqua costituiva un’impresa costosa e difficile, tanto che nel medioevo erano legati all’autorità pubblica; solo successivamente i mulini cominciarono ad essere di proprietà privata. Il mulino rappresentava una risorsa per l’intera comunità, in primo luogo in termini di risparmio di manodopera, che poteva essere destinata allo sviluppo dell’agricoltura; il mulino era un importante fattore di sviluppo economico. Questo portò ben presto alla concentrazione di questi opifici, talvolta associati a segherie e fucine, in spazi ristretti e privilegiati che hanno portato poi alla nascita dei numerosi toponimi “molini”, come capita ad esempio a Malé, Croviana, Monclassico, Terzolas, Caldes.
Per trovare la prima citazione di mulini in Val di Sole arriviamo al 1215, quando si ha traccia di essi nella zona di Pondasio sul Rabbies, e al 31 maggio 1227, quando si ricordano “molandinis” a Claiano. Nel 1280 abbiamo la conferma della vocazione alle macchine ad acqua del Pondasio, luogo di primaria importanza per l’economia nella zona di Malé e Magras, costellato com’era di mulini e fucine. In quell’anno si ricorda la presenza a Pondasio di due mulini vescovili, concessi in affitto a uomini del luogo. Nel 1387 i “molendini de Maleto in ponte Asii” erano tre, nominati negli anni successivi nei numerosi atti di investitura prima verso i da Caldes e poi verso i Thun, fino ai quattro, più la fucina, presenti nelle mappe del 1859.
Tra medioevo ed età moderna sono numerosi i mulini citati in Val di Sole: a partire dal 1363 a Cogolo in Val di Peio, dal 1365 a Samoclevo, dal 1379 a Malé e a Ossana (“molendinis, et alijs aedificis laborantibus super aquas”), dal 1387 a Presson, dal 1408 a Claiano di Pellizzano, dal 1462 a Cusiano, dal 1467 a Monclassico, dal 1481 a Caldes. In Val di Rabbi, le attestazioni si susseguono tra il 1390 e il 1880; molti mulini erano posti nel tratto finale del Rabbies, mentre uno, citato nel 1654, era a San Bernardo.
Nei primi del Quattrocento abbiamo, grazie al Maestro Venceslao, una rappresentazione di come dovevano essere i mulini trentini, come appaiono nei mesi di aprile e dicembre del celebre “Ciclo dei Mesi” di Torre dell’Aquila, nel Castello del Buonconsiglio di Trento.
Nel 1441 si ricorda “Bonetto, molendinario” di Malé. Nei secoli successivi, altre citazioni si presentano interessanti: il mulino di Caldes, ad esempio, veniva affittato dalla nobile famiglia Thun a mugnai per un periodo di circa 19-20 anni, rinnovabili; una prima citazione è del 1486, quando Giacomo Thun rinnova la locazione ad Antonio figlio del fu Giovanni Gentilini di Romallo, abitante a Caldes, per un censo annuo di 28 staia di segale. Il mulino era posto in località “zo al molin”. Ma come era costruito un mulino? Un documento del 1486 ci parla di un edificio in muratura e legno, con due ruote molitorie e una terza più piccola del pestino per la brillatura dell’orzo; a ciò si aggiungevano la stube, la cantina, l’orto, un casale adiacente e naturalmente i canali idrici che alimentavano il mulino.
Nel 1532 un mulino e una gualchiera, un macchinario mosso dall’acqua usato per la manifattura laniera o per le pelli, erano in funzione a Cavizzana, sul rio Caldo, a poche centinaia di metri dal Noce, in una località (Fosine) dove esistevano anche fucine per la lavorazione del ferro.
Nel 1819 abbiamo altre importanti informazioni sullo stato dell’industria molitoria in bassa Val di Sole: non esistevano mulini a Bozzana, Bordiana, Tozzaga, Cassana, Cavizzana, mentre quello di Terzolas era fermo da quasi un anno a causa della rovina delle condotte d’acqua; nuovo era il mulino di Croviana, mentre a Monclassico era funzionante il mulino dei Conta, localizzato “ai Dossi in Contra e sotto il Capitel di Monclassico”, e a Presson quello di Luigi Largaiolli, situato “alle Palù Migolaie ossia al Prato delle Volpi in Plaucesa”.
Un’interessante statistica redatta nel 1880 dalla Camera di Commercio e d’Industria di Rovereto offre un quadro completo dei mugnai operanti nella provincia e in particolare in Val di Sole, che ne contava 50: Bozzana 1, Caldes 1, Castello 1, Cavizzana 1, Celledizzo 1, Celentino 2, Cogolo 2, Comasine 1, Dimaro 1, Magras 2, Malé 4, Mestriago 1, Mezzana 2, Monclassico 3, Ortisé 1, Ossana 2, Peio 2, Pellizzano 2, Piano 1, Rabbi 9, San Giacomo 2, Termenago 1, Vermiglio 7.

Le prime segherie menzionate in Trentino sono quelle di Calliano nel 1235 e di Avio nel 1254; per quanto riguarda la Val di Sole in generale, i documenti ci testimoniano la presenza di segherie ad acqua a Ossana nel 1389 (“unam rasicam ab aqua”), a Mestriago nel 1500, a Peio nel 1548, a Mezzana nel 1686; almeno al XVIII secolo risale la segheria di Malé. In generale, vi è da dire che pur essendovi una ricchezza di legname pari a quella delle Giudicarie o di Fiemme, il commercio del legname in Val di Sole venne limitato dalla mancanza di strade adeguate: tanto che la Val di Sole conobbe un vero e proprio commercio del legname a partire dal XVIII secolo, restando nei tempi precedenti legata al fabbisogno locale. Per converso, nel corso dell’Ottocento i segantini solandri costituirono una parte importante di quanti emigravano dalla valle in cerca di lavoro.
Nel 1927 erano 53 le segherie ad acqua attive in Val di Sole, ma la fine di quest’industria era vicina: nel 1955 le segherie ad acqua rimanevano solamente 9, mentre erano aumentate in modo straordinario quelle elettriche, nel 1955 in numero di 35, contro le 4 del 1929. Nel 1971 le segherie elettriche erano scese a 27 e oggi in Val di Sole sono attive 12 segherie.

Infine, le fucine: anch’esse dovevano essere ampiamente diffuse in tutta la Val di Sole già nel primo medioevo, grazie alla straordinaria abbondanza di minerale ferroso, specialmente in Val di Peio e in Val di Rabbi e alla costante necessità di attrezzi da lavoro. Molto probabilmente il ferro della Val di Peio era estratto e lavorato già in età protostorica; di ferro e di fucine sentiamo parlare in Val di Sole fin dal XIII secolo. Già alla metà del Duecento il Passo del Tonale era via ben praticata nei commerci di ferro con la Valcamonica; nel 1300 la pieve di Ossana pagava come annuo tributo alla camera vescovile ben 100 ferri di cavallo.
Nel 1389 abbiamo una dettagliata descrizione di un articolato complesso di edifici comprendente una casa nella villa di Ossana e quattro fucine ed un forno in costruzione, posti nel territorio di Cusiano. Gli edifici si trovavano tutti insieme in località “al Forn” ovvero “ale Fosine”. Fucine è un toponimo che si trova capillarmente in Val di Sole, praticamente in tutti i paesi della valle: il caso più eclatante è senz’altro quello della frazione di Fucine di Ossana, insediamento nato proprio dalla straordinaria fitta presenza di opifici nati tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento sull’onda dello sfruttamento minerario dei giacimenti di Peio. Si trattò di un business che alimentò notevoli flussi immigratori, specialmente dalla Lombardia, uno formidabile sviluppo economico e sociale, l’avvicinamento di correnti culturali e artistiche. Nel corso del Novecento, il progresso tecnologico portò a innovazioni sostanziali nella forza motrice delle vecchie macchine ad acqua, specialmente con l’introduzione di motori elettrici e a vapore. Ma dopo la metà del secolo, una generale decadenza colpì questi opifici, tanto che molti si ridussero in rovina fino a scomparire o a vedere i macchinari venduti o dispersi. Molti oggetti trovarono tuttavia ricovero e attenzione in raccolte private, pubbliche o di associazioni, le più importanti delle quali sono il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige e il Museo della Civiltà solandra promosso dal Centro Studi per la Val di Sole.

 
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